Tutti dallo psicanalista!

1 giugno 2009

Siete mai stati dallo psicanalista? Io no. Mai (per adesso).
Pare che nella stragrande maggioranza dei casi ci si vada quando è troppo tardi, quando si sta già male. Grazie tante: chi è talmente pignolo da andare preventivamente a vuotare il sacco dallo psicanalista, per evitare le psicosi…? Probabilmente chi è talmente precisini da essere già premunito anche contro la psittacosi. A me comunque piacerebbe un terapista tipo Asia Carrera. A voi?
E poi, come sceglierlo? Dunque, secondo me non sarebbe carino dirglielo, ma lo strizzacervelli è un po’ come un water dentro cui vomitare, quindi uno strizza vale l’altro. Certo, questo se stiamo nella media, probabilmente uno strizzacervelli strepitoso, un Dott. House dello Xeroxat un po’ di differenza la fa. Ma se restiamo tra miseri mortali, io mi affido alla legge del water (Asiona Carrera a parte). Comunque alla mia prima seduta di psicanalisi io comincerei con il raccontare questo episodio: con mia sorella, un’estate di quando eravamo bimbetti, abbiamo allestito un banchetto sul lungomare su cui vendevamo conchiglie. Un tenero, mieloso quadretto estivo, noi si raccoglieva le conchiglie sulla spiaggia e 50 metri più all’interno le si rivendeva agli altri bambini, al prezzo simbolico di poche lire di allora.
Ovviamente non battevamo un chiodo. Un po’ perchè sulla riviera romagnola le conchiglie fanno schifo, un po’ per la concorrenza, in quanto tutto il fanciullame di Milano Marittima si occupava di questo iellato business. Poi, improvvisamente, la ruota che gira; prima un bambino lardoso, poi una coppia di ragazzini fidanzati, insomma la gente cominciava a comprare conchiglie. Io e mia sorella talmente travolti dall’entusiasmo da non notare nemmeno che i banchetti degli altri bambini continuavano a non battere chiodo, piazzavamo eccitatissimi conchiglie ai passanti. Non mi ricordo neppure come è stato che abbiamo scoperto nostra nonna appostata dietro una cabina all’angolo che fermava monelli di passaggio e li riforniva di cinquantalire a patto che acquistassero la nostra puzzolente mercanzia.
Ecco, se ripenso a questa cosa è ovvio che comincio a piangere come una vedovona napuletana e mi fiondo al cimitero a coprire di petunie la tomba della mia adorata nonnina, ma vi assicuro che lì per lì non è stato bello per il mio ego fare una scoperta del genere. No, no!
freud2007 Anche oggi infatti, se il mio psicanalista Carrera Dott.ssa Asia durante la seduta deponesse il suo bloc-notes e cominciasse a somministrarmi quel certo trattamento tipico delle psicanaliste (chiamato, sempre nel gergo delle vedove napoletane: bucchine), non riuscirei ad evitare l’inquietante sensazione che dietro a tutta la faccenda ci sia mia nonna col suo florido, generoso borsellino.

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Artemisio 1 giugno 2009 alle 14:14

Io non vado. Temo troppo la sessualità repressa verso la figura materna della mia vita. Non credo sia nemmeno umana, tale figura.

Io racconterei subito di quella volta quando, in estate, io ed i miei amici eravamo tutti riversati nelle strade di quartiere a goderci il fresco e le prime tempeste ormonali, e si decise che sarebbe stato fottutamente divertente suonare ai campanelli delle case e scappare. La leggenda urbana voleva che in quel palazzo abitasse un magnaccia e le sue protette, per cui suonare al suo, di citofono, era cosa particolarmente trasgressiva ed adrenalinica. Cosa fosse un pappone lo appresi allora. Suonare al campanello di un pappone, wow! Toccò a me, quel giro, “Arte suona tu, che non suoni mai”; tutti ad invocare il mio nome e ad incoraggiarmi. Mi avvicinai coi peli ritti (non avevo ancora i peli ma vabbè, ci siamo capiti) e suonai. Fu la prima volta che bestemmiai in vita mia; con un balzo da gazzella il protettore dell’amore a pagamento scavalcò a piedi uniti la recinzione del palazzo mostrandosi in tutta la sua spaventosa persona: un metro e sessanta di ossa ricoperte da un blando strato di epidermide – scavata ed annerita ovunque ci fosse un avvallamento osseo – in canottiera bianca e ciabatte. Il gruppo si disperse in ogni direzione; bambini che fuggivano ovunque lasciando scie colorate; un’esplosione di stelle cadenti dalla più che dubbia igiene intima. Chiaramente quel carcinoma antropomorfo decise di inseguire, tra i mille bambini poveri, il sottoscritto: il più cicciottello, il meno agile e scattante benché il più prestante fisicamente. Inutile dire che mi raggiunse, mi prese per il collo, mi strappò via un bottone della mia camicetta a maniche corte dalla orribile fantasia inizio anni ‘90 e mi snocciolò una quantità tale di ingiurie che ancora ora mi sanguinano le orecchie. Invano invocai gridando l’aiuto dei miei amici ed il loro intervento. Restarono vigliaccamente a guardare, a debita distanza, quel fuscello articolato che mi scuoteva come un lenzuolo impolverato. Gli stessi codardi che subito dopo non tardarono a trovare il coraggio di deridermi poiché io, in quel frangente, mi pisciai addosso.

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Lo zio Giorgio 1 giugno 2009 alle 20:40

Arte, è chiaro che questo episodio costitusce un nodo gordiano nella tua formazione psichica, che ancora ti porti dentro, e che solo con un’azione catartica e curativa potrai sciogliere: andando finalmente a puttane (magari ti accompagno, così, giusto per controllare che tutto sia a posto).

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Artemisio 1 giugno 2009 alle 14:15

Zio, sei stato il cesso più liberatorio che abbia mai usato nella mia vita.

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ilanio 1 giugno 2009 alle 20:26

bello che sei tutto spiaggiaiolo pure te

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Lo zio Giorgio 1 giugno 2009 alle 20:36

Grazie, Ilanio, per questo tuo ennesimo, corposo contributo al mio blog, ti sono grato per aver passato la notte insonne a scrivere un intrigante aneddoto aggiuntivo.
E comunque, per quanto possa interessare, mia sorella mi ha telefonato un’oretta fa dandomi garbatamente del rotto in culo per aver confuso la location dell’ episodio: era S. Margherita Ligure, non Milano Marittima.

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ilanio 2 giugno 2009 alle 01:25

ti devo raccontare di quando a 4 anni ho trascinato il mio amichetto dietro il cespuglio di rose in giardino e gli ho fatto tirare giù le mutande per vedergli il pisello? è questo che vuoi?

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Lo zio Giorgio 2 giugno 2009 alle 01:37

Beh, sì (e comunque non per fare lo psicologo in erba, ma se dopo tutti questi anni ti ricordi ancora che il cespuglio era di rose e non, che ne so, di ortensie, significa che cosa ci fosse sotto le mutande del tuo povero amichetto era l’ultima cosa che ti interessava veramente).

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ilanio 2 giugno 2009 alle 16:31

ZioGiorgi saprai gia’ che noi donne ci ricordiamo i particolari piu’ assurdi
(tipo la fantasia delle lenzuola della mia prima volta)
questo perche’ riusciamo a fare piu’ di una cosa contemporaneamente e prendere nota mentale di tutto, non perche’ l’esperienza e’ cosi’ noiosa da lasciare spazio ad altre considerazioni
e’ per questo che siamo in grado di ricordare e rinfacciare per decenni anche la piu’sottile mancanza

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Lo zio Giorgio 2 giugno 2009 alle 20:42

Cioè, vuoi dire che se mi ricordo la marca del butt-plug della mia prima volta significa che ho un animo dai tratti fortemente femminili?
(non pensare male, il butt-plug lo avevamo usato -io e Helga- per sdrammatizzare: due inguaribili buontemponi)

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Woland 2 giugno 2009 alle 17:11

Credo di capire, Ilanio. E’ tutto vero. La mia ragazza mi ha appena ricordato che non ho comprato i preservativi come avevo promesso. Nel 2004.

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