Mi capitava, molti anni fa, di affrontare i periodi più duri dell’inverno economico tipico della verde età insegnando armonia jazz in qualche scuola privata. Di tutti i babbei che sono venuti a lezione da me, e ne ho avuti di ogni età, provenienza e strato sociale, quello di cui ho il ricordo più vivo è stato Piero. Piero era un tossico di quelli da manuale, col suo bel giubbotto di jeans, le unghie nere, il tremore delle mani e lo strumento rubato.
Nella comunità di recupero in cui viveva ormai da anni aveva lavorato così sodo che era riuscito a raggranellare il denaro per la retta della scuola (anche se io preferivo pensare che in realtà lo avesse fregato al prete), così da poter realizzare il vecchio sogno – un po’ da tossico – di imparare il Gèzz. A dire il vero non era molto dotato, ma io ero in quella fase giovanile del testone pieno di ideali e dela convinzione che la musica, se ha salvato me, può salvare chiunque dall’abisso. Ragion per cui ho preso immensamente a cuore questo allievo un po’ scalcinato e particolare.
Così, in quei giorni in cui sapevo che avrei avuto Piero a lezione, ero contento; perchè a me i tossici mi fanno ridere. Attenzione, non intendo dire che mi fanno ridere nel senso cattivo, come se mi facessero pena o provassi disprezzo o altre stronzate cielline, no no, e non voglio neanche dire che per una forma di cinismo da quattro soldi mi mettono di buonumore: mi fanno ridere semplicemente perchè li trovo buffi e poetici, come certi grassoni che però si muovono con molta grazia, o come i Presidenti del Consiglio quando vengono fraintesi.
Lo so, sono una brutta persona, ma che ci volete fare, mi dovete prendere così.
Un giorno si è presentato vestito tutto bene, coi capelli ingellati, gli occhiali da sole eccetera, e tutto carico mi ha detto che non poteva più venire a lezione perchè aveva un nuovo lavoro che gli avrebbe portato via moltissimo tempo, e che però mi voleva salutare perchè mi si era affezionato. Io da un lato ero felice perchè mi sentivo in una piccolissima parte artefice della rimessa in carreggiata di quel tizio, dall’altro mi dispiaceva di non poter più discettare con lui di certe tecniche di coltivazione della ganja, campo sul quale la sua sapienza non sembrava conoscere limiti.
Poi, qualche anno dopo, passando in macchina davanti alla stazione, ho visto Piero, vestito da tossico, che svolgeva normali mansioni da tossico, e allora ho sorriso un po’ perchè a me i tossici mi fanno ancora ridere, però mentre mi allontanavo sentivo che un po’ ero morto dentro.