Sempre più incredulo e sgomento compio oggi 42 anni.
Al di là del fatto che – per via della schiena – nei primi 10 minuti dopo che mi sono alzato non riesco assolutamente a infilarmi i calzini da solo, direi che quando compi 42 anni non cambia nulla.

{ 2 comments }

I Rintronauti

2 marzo 2010

È veramente un sacco di tempo che non scrivo qui.
Oddio, un sacco di tempo, saranno due o tre mesetti, ma la cosa mi ha dato da pensare: perchè uno che ha sempre avuto una gran voglia di mettersi lì a scrivere qualcosa quasi quotidianamente, poi un bel giorno non ce l’ha più?
Con il sesso non funziona mica così: prova un po’ a lasciare un uomo senza sesso per due mesi poi vedi… Per le donne è il contrario, no? Meno lo fanno meno lo farebbero, si dice. Però no, un momento, mi sembra che a un certo mio amico, se la sua fidanzata non gli strizza il papero almeno ogni due o tre giorni, l’eros gli si offende e lui diventa come Formigoni. Oh, ma sto divagando.
Bene, insomma, può capitare che la verve blogghereccia venga un po’ a mancare, ogni tanto, ma non solo quella in uscita, anche quella in entrata. Cioè, non solo non scrivo più, ma ho anche pochetta voglia di leggere; questo però è forse dovuto ad altro, ad esempio al non riuscire a spiegarmi come mai da qualche tempo a questa parte ogni pensiero che leggo in giro, soprattutto su Friendfeed, mi sembri del tutto idiota.
In teoria i motivi potrebbero essere i seguenti:

a) sono diventato intelligentissimo (mi sembra sinceramente molto difficile)

b) sono molto depresso (anche questo mi sembra difficile, anche solo dando un veloce sguardo al patrimonio in natura che giace nella mia cantina)

c) siete diventati tutti idioti.

Ecco, questa mi sembra un’ipotesi affascinante.
Può essere colpa di Friendfeed? Il social network sooo addictive per la gente veramente in gambissima? Quello che ha ridotto blogghers cui avrei consegnato a scatola chiusa le chiavi del mio feed reader a scrivere cose del calibro di

Il fatto che qualsiasi idiota è in grado di mettere insieme un discorso di 200 battute non significa necessariamente che tutto quello che leggi su friendfeed sia idiota.
No, aspetta, forse sì.

{ 3 comments }

Mio padre si ribella all’acronimo “aka”. “Cos’è questa stronzata? Abbiamo il termine *alias*, che cazzo ce ne facciamo dell’acronimo”. Non sapendo che rispondergli, gli ho dato del Gasparri.

Woland

{ 4 comments }

Buon Natale

24 dicembre 2009

{ 1 comment }

Il testo…

{ 1 comment }

Il nuovo singolo!

10 dicembre 2009

MEMORIE

{ 41 comments }

Piero

22 novembre 2009

Mi capitava, molti anni fa, di affrontare i periodi più duri dell’inverno economico tipico della verde età insegnando armonia jazz in qualche scuola privata. Di tutti i babbei che sono venuti a lezione da me, e ne ho avuti di ogni età, provenienza e strato sociale, quello di cui ho il ricordo più vivo è stato Piero. Piero era un tossico di quelli da manuale, col suo bel giubbotto di jeans, le unghie nere, il tremore delle mani e lo strumento rubato.
Nella comunità di recupero in cui viveva ormai da anni aveva lavorato così sodo che era riuscito a raggranellare il denaro per la retta della scuola (anche se io preferivo pensare che in realtà lo avesse fregato al prete), così da poter realizzare il vecchio sogno – un po’ da tossico – di imparare il Gèzz. A dire il vero non era molto dotato, ma io ero in quella fase giovanile del testone pieno di ideali e dela convinzione che la musica, se ha salvato me, può salvare chiunque dall’abisso. Ragion per cui ho preso immensamente a cuore questo allievo un po’ scalcinato e particolare.

Così, in quei giorni in cui sapevo che avrei avuto Piero a lezione, ero contento; perchè a me i tossici mi fanno ridere. Attenzione, non intendo dire che mi fanno ridere nel senso cattivo, come se mi facessero pena o provassi disprezzo o altre stronzate cielline, no no, e non voglio neanche dire che per una forma di cinismo da quattro soldi mi mettono di buonumore: mi fanno ridere semplicemente perchè li trovo buffi e poetici, come certi grassoni che però si muovono con molta grazia, o come i Presidenti del Consiglio quando vengono fraintesi.
Lo so, sono una brutta persona, ma che ci volete fare, mi dovete prendere così.
Un giorno si è presentato vestito tutto bene, coi capelli ingellati, gli occhiali da sole eccetera, e tutto carico mi ha detto che non poteva più venire a lezione perchè aveva un nuovo lavoro che gli avrebbe portato via moltissimo tempo, e che però mi voleva salutare perchè mi si era affezionato. Io da un lato ero felice perchè mi sentivo in una piccolissima parte artefice della rimessa in carreggiata di quel tizio, dall’altro mi dispiaceva di non poter più discettare con lui di certe tecniche di coltivazione della ganja, campo sul quale la sua sapienza non sembrava conoscere limiti.

Poi, qualche anno dopo, passando in macchina davanti alla stazione, ho visto Piero, vestito da tossico, che svolgeva normali mansioni da tossico, e allora ho sorriso un po’ perchè a me i tossici mi fanno ancora ridere, però mentre mi allontanavo sentivo che un po’ ero morto dentro.

{ 37 comments }

Conan Doyle WHO?

18 novembre 2009

baskerville

{ 2 comments }

Nero

15 novembre 2009

Bene, e così son due anni che ci hai sfanculati.
Sai, adesso anche su questi cosi qui si scrivono post commemorativi dedicati a persone amate, e son venute fuori anche cose molto belle, anche se io non so se a me piace poi tanto, questa storia: penso a te che esci dalla tomba e mi pigli a calci nel culo, a promemoria della cosa più nobile, anzi, più utile che mi avevi insegnato: il senso del pudore.
Quindi (evidentemente qualche falla nel senso del pudore ce l’ho lo stesso) mi limiterò a dire questo: per riaverti sarei disposto a ri-crocifiggere Gesù Cristo con le mie mani, a spazzare via il Genere Umano, a dare fuoco a tutto l’Universo, come uno stronzo Nerone impazzito di dolore.
È una vera fortuna che non mi sia data questa possibilità (non penso proprio che ti piacerebbe), quindi ciao.
Salutami chi ben sai.

{ 3 comments }

Uggia & risentimento

7 novembre 2009

Gentile sig. Nepoti,

Le scrivo in riferimento al fatto che

1) Pupi Avati è un regista a cui voglio discretamente bene ma non stimo affatto abbastanza da comprarne un film in DVD a scatola chiusa

2) il mio negoziante di fiducia Aldo è un ragazzo così autolesionisticamente gentile e disponibile da consentirmi l’accesso al computer della sua attività per consultare recensioni online dei film che sto per acquistare.

3) la Sua recensione sul sito Trovacinema de “Gli amici del bar Margherita” offre, oltre a una breve critica in toni più che lusinghieri, il ragguardevole voto di 4 stellette a un film che definire “di merda” mi pare offensivamente pietistico e condiscendente anche nei confronti dello stesso regista: girare un film stiracchiato su una sceneggiatura piena di buchi e scopiazzature può capitare a tutti.

4) la Vs. Professione, quella di critico cinematografico, è una delle più rispettate dal pubblico (Ah! Ah! Ah!)

Visto che sono il primo a constatare la più congrua buona fede sia nel realizzatore (il sig. Avati) sia nel negoziante (Aldo), a Lei e solo a Lei mi sento in diritto di chiedere il risarcimento del prezzo del DVD. Senza contare che la cosa più brutta del film – la colonna sonora – è stata commissionata al Ragno*.

argh

*Così è soprannominato nell’ambiente musicale bolognese l’ormai irriconoscibile Lucio Dalla, parrebbe per la sua natura di individuo tirchio, piccolo e nero.

{ 7 comments }

satan

{ 0 comments }

L’essere umano è un organismo meravigliosamente concepito: una volta riprodottosi, è programmato per provare un ribrezzo per il/la partner talmente forte che l’unica cosa che gli resta da fare nella vita è mettersi a lavorare come un negro, potenziando in questo modo la selettiva competitività del proprio nucleo familiare*.

*(non è vero niente, Molly Pucci, lo sai che sono pazzo di te).

{ 0 comments }

Più lampada per tutti

1 novembre 2009

Buon Morti.

lampada

{ 5 comments }

Una sera

29 ottobre 2009

Nella quasi totalità delle persone che conosco, la tendenza a non capire un cazzo di musica è inversamente proporzionale alla timidezza nell’ostentarlo.
Ciò non significa che io non possa stare ore ed ore incantato a sentirti parlare, ad ascoltare con quale foga mi spieghi quali sensazioni ti ha suscitato l’ascolto del tal brano musicale, sensazioni che fuori da ogni ragionevole dubbio sono del tutto differenti da quelle che l’autore del brano medesimo aveva intenzione di evocare.
Ma tu ora sei un fiume in piena, forse anche complice il Pinot Nero che ti porti dentro quasi come un segreto, dal momento che stai accompagnando a casa una ragazza nuova e devi fare bella figura, e allora pensi bene di incontrarmi casualmente per la strada e, così come se fosse la cosa più naturale del mondo, ti fermi a urlacchiarmi quanto ti tocca il tal pezzo, di quanto dolore, di quanta eleganza ne accarezzi ogni nota.
Una lontana, recondita vocina nel mio cervello mi bisbiglia maligna che non è vero, che lì dove tu senti il dolore anche un bambino si accorgerebbe che si sta parlando di passione, e lì dove senti l’eleganza invece si tratta di un pianto di amorevole nostalgia.
Ma adesso la scena è tua, non dell’artista che ha fatto il disco che stai masticando, digerendo, riscrivendo a modo tuo e io, insieme alla tua nuova amica, sono il tuo pubblico. Un pubblico in visibilio, perchè -io sicuramente più di lei- ti voglio bene davvero. Che bene che ti voglio, cristosanto. Ti voglio talmente bene che me ne starò qui ad ascoltare le tue affremazioni sbagliate, su un disco che ami per motivi sbagliati. Mentre lei mi sembra proprio un tipo affascinante, da come si guarda intorno capisco che è innamorata della vita e nonostante abbia un paio d’anni più di te ha gli occhi stupiti di chi è ancora capace di emozioni valevoli di essere provate. Spero che anche lei non capisca un cazzo di musica, così che quando l’avrai accompagnata a casa, nella dolce notte di ottobre di questa nostra epoca impazzita, non avrà alcuna remora a stracciarti un soffocone.

{ 12 comments }

Pancabbestia

27 ottobre 2009

C’è tutta una serie di individui che da qualche tempo, la sera, si ritrovano in una certa via della mia cittadella a bere, mangiare, drogarsi (senza offrire), litigare, menarsi, pisciare, vomitare, financo cagare, ascoltare pessima musica e sguinzagliare cani perennemente latranti. Ma per qualche motivo che solo a Dio è dato conoscere, hanno scelto come panchina su cui sedersi il gradino dell’ingresso dell’unico abitante della suddetta via che (suggestionato da antiche, desuete e anche un po’ patetiche teorie fricchettone di freedom-take-it-easy-no-problem-man) non ha mai -dico mai- protestato, inveito, sottoscritto, denunziato alle inutili idiote forze dell’ordine, strepitato alcunchè contro di loro. Questa persona anzi, grazie a una struttura fisica che ritiene sufficientemente intimidente, non ha mai avuto alcun timore ad uscire la sera dopocena e, aperto il portone, scavalcato un corpo inerte, offerta una sigaretta, scivolato su una pozza di innominabile materia organica, devoluto un euro per comprare un panino, offerta un’altra sigaretta, avviarsi fischiettando per i fatti propri.

Dato che una delle poche cose al mondo per le quali sono disposto a mettere la mano sul fuoco è l’arguzia degli amatissimi lettori di Come eludere l’Ansia Tropicale, non dubiterò neanche per un secondo del fatto che abbiate intuito chi è questa persona.
Insomma, si potrà giustamente ipotizzare che io sia lievemente irritato da questa situazione. Se non che, quando in una serata di pioggia, uscendo, mi sono accorto che questi qui avevano steso dei fazzoletti per non rinunciare a sedersi sul gradino bagnato del mio portone, allora ho capito che di mezzo c’era una sorta di devozione, sì, cioè, al mio portone questi gli vogliono bene.
E un intimo tepore, un soffio di amore universale, mi ha fatto provare per i punkabbestia della mia via un’affettuosa, sincera simpatia.
(no, scherzo: spero con tutto il mio cuore di vederli in un lager costretti a cibarsi delle interiora dei loro genitori morti)

pancabbestia

{ 26 comments }

Il principale pilastro della fedeltà coniugale, ancor più della fedeltà in sè, sempre che fedeltà al mondo esista, è il fatto che, per quante precauzioni, sagacia, cautela, riservatezza vengano spese dal partner nel perpetrare il tradimento, non sia possibile cancellare fino in fondo una pur infinitesimale percentuale di probabilità di essere beccati.
È per questo che hanno inventato quell’abominevole ricettacolo di impiegate ansimanti che è Sharm-El-Sheik.

{ 1 comment }

Posta pneumatica

23 ottobre 2009

Se le risorse di talento e know-how impiegate nella creazione di Google Wave fossero state dedicate a trovare un rimedio contro la calvizie, non ci troveremmo su un mondo che sta per essere spazzato via.
Ad ogni modo, gran bella cosa la tecnologia. Senza la tecnologia, che farebbero i SEO (Survival Escamotage Oriented), a parte sciacquare posate negli autogrill della Cisa? Come si guadagnerebbe da vivere l’89%, delle persone che scrivono idiozie su friendfeed?
L’entusiasmo per tutto questo incredibile mare magnum che ci si è aperto davanti negli ultimi anni mi fa venire in mente chi aveva lavorato e scommesso nella posta pneumatica.
Come ho potuto ignorare fino alla mia veneranda età l’esistenza a Parigi (fino agli anni ‘80) di un’ampia rete di posta pneumatica? Cioè una di quelle cose che noi italiani avevamo visto solo in rari casi o nei film, e che invece hanno servito dignitosamente popoli forse ancora più rincoglioniti di noi, come appunto i francesi: una rete di tubi che collegava ambienti, uffici e palazzi, tramite i quali si poteva inviare con un getto d’aria un cilindro contenente piccoli oggetti, in genere messaggi. Dio mio che cosa romantica, affidare un messaggio a un tubo pressurizzato, quasi più che lanciarlo al capriccioso destino dei flutti marini chiuso in una bottiglia di Baffo d’Oro da 66 cl!
Comunque, con immenso sollievo soprattutto dei ratti che, credendo di potersene andare a zonzo per certi tubi, si vedevano arrivare nel grugno dei contenitori metallici pieni di avvisi di riduzione del personale (fino alla velocità di 10 metri al secondo!), questa tecnologia, se così la possiamo chiamare, è stata abbandonata.
La prima cosa che mi viene da pensare del web invece è che mi dovrebbe collegare al resto del mondo alla velocità della luce, quindi in sostanza farmi guadagnare tempo. Perchè, allora, è la principale causa della spaventevole voragine di tempo che perdo? Avrò mai il coraggio di fare un bilancio di quante giornate di onesto lavoro ho scoppiato per colpa di Google? Per carità, che non sembri che io sia un detrattore di internet, quei miserabili che parlano in televisione e sembrano braccianti medievali, di quelli che al solo sentir pronunciare la parola “igiene intima” ti denunciavano alla Santa Inquisizione. Anzi, in questo modo l’umanità potrebbe diventare un immenso organo pluricellulare come l’entità descritta da Frank Schätzing in quel suo più breve che bel romanzo, “il Quinto giorno”, un meraviglioso esempio per i posteri di come scrive un autore che ha studiato a Scienze della Comunicazione. Insomma, continuiamo pure ad alimentare questo gigantesco essere, scriviamo, scambiamo, produciamo contenuti.
Contenuti che andranno persi irrimediabilmente al prossimo conflitto globale, dato che i server su cui sono storate le nostre corbellerie verranno bruciati per cuocervi sopra l’unico alimento disponibile ai sopravvissuti: le polpette di merda.

{ 7 comments }

Come?

20 ottobre 2009

2009 20.11.25

{ 1 comment }

Del fatto che io personalmente, i pubblicitari, li userei al posto di quei pucciosi coniglietti bianchi negli esperimenti farmaceutici o, al limite, come buffoni di corte in qualche piccolo, medievale califfato irraggiungibile alla biasimevole protezione della Carta dei Diritti dell’Uomo, non ne ho mai fatto un gran mistero. Però pare che ne abbiano combinata qualcun’altra delle loro, i monelli: uno spot di calze, mutande, guepiere, o quel ciarpame del cazzo che è, con una versione in stile Giorgia dell’inno di Mameli. Da questo carosello (come a noi anziani piace chiamare i video pubblicitari) è prontamente scoppiata una ridda di ululati e vesti stracciate, come se fosse stata infangata la bandiera d’Italia, come se fosse arrivato un Feroce Saladino ad abbeverare il proprio cavallo nell’acqua del water di ogni italiano, fino ad arrivare a un quesito cruciale e drammatico: vilipendio dell’Inno nazionale?
Ora, non so cosa ne pensiate voi (e peraltro se affermassi che me ne strabatte qualcosa potreste a buon diritto accusarmi di spudorata ipocrisia), ma io mi sono sempre allineato al pensiero mainstream condiviso da buona parte del consorzio umano, secondo cui quello d’Italia è il più squallido inno della storia della Cristianità: credo che se si volesse stilare una classifica mondiale degli inni il nostro starebbe ben dietro quello del Gabon, che peraltro è suonato con uno strumento fatto di vipere morte, e sono sicuro che alcuni di voi si ricorderanno che anni fa era persino stato seriamente messo in discussione, arrivando a ipotizzare un appalto per farne scrivere uno nuovo (poi l’auto-candidatura di Jovanotti aveva suscitato uno sgomento collettivo tale che tutto quanto il progetto era stato precipitosamente accantonato, e buona lì, amici come prima).
Ma l’aspetto più sinistro dello spot (o del siparietto, come noi diversamente giovani ci ostiniamo a chiamarlo) è lo stile canoro da cantantucola, l’impronta sciampista-che-grazie-alla-benedizione-defilippi-da-regina-del-salone-di-bellezza-diviene-regina-del-soul. È veramente una cosa terribile. Cioè, per voi l’odierna voce dell’Italia al femminile è questa qui? Grazie tante, allora mi tengo Drupi che canta la fragranza di quelle allucinanti calze tubolari delle pornostar anni ‘80.

{ 10 comments }

Stamattina sono sceso in piazza per comprare un po’ di cocaina dalla Micaela.
Io non ne faccio uso (la dò ai piccioni per passare il pomeriggio) ma ultimamente sono un po’ preoccupato, per la Micaela: la crisi ha travolto anche il suo settore, e non la vedo più con quel suo sorriso dinamico e ottimista, quindi per darle una mano gliene compro sempre 100/150 grammi, così poi lei è contenta (anche i piccioni).
Ma il vero motivo per cui le sono così affezionato è che lei mi ricorda la mia ex-fidanzata, quella con cui mi ero messo in testa di avere tante cose in comune nonostante le nostre differenze sociali, con cui avevo fatto tutti quei progetti di andare a vivere insieme: dovevamo solo scegliere se andare a stare nel suo centro sociale o nella mia villa in Sardegna. Quella che un mese prima di fare il passo (avevamo optato ahimè per il suo centro sociale) mi ha telefonato che partiva in roulotte con la sua amica per andare a Madrid a vendere su un banchetto i loro manufatti. Non voglio neanche dirvi in cosa consistevano quei manufatti, posso solo assicurarvi che, come tutte le cose vendute da quei pittoreschi fricchettoni nei banchetti, facevano cagare.
Comunque io non ho mai provato una grande simpatia per il mito giovanile della fuga in paesi lontani, mi sembra un mito alimentato dalla presenza in famiglia di uno zio scemo che per fare l’amicone ti mostra tutti quei film di Salvatores. Avevo anche letto un bel post di Bucknasty che scherzava gli studenti fuoricorso che sognano di andare a Londra. Infatti credo che questa di Londra sia una cosa che si è molto diffusa negli ultimi tempi, ma io ho pensato non posso capire perchè sono stagionatello.
Poi ierisera mi telefona Paolino, da Londra. Paolino è un mio amico bassista, è simpatico e molto bravo e insomma è un ragazzo a posto. È a Londra perchè deve registrare per un certo progetto musicale conto terzi nientepopodimeno che negli studi di Abbey Road.
Fra una cosa e l’altra mi racconta che i Londinesi sono dei tizi molto caustici, un po’ come i nostri toscani, e che sono talmente esasperati da questo esercito di fannulloni italiani che ha completamente invaso la città sciamando dalle università di MilanoBolognaFirenze, che ormai tutti a Londra li chiamano con un soprannome, un gioco di parole che è volgare, ma così volgare, che -davvero- non posso pubblicarlo.

(postailo in origine su sviluppina)

{ 1 comment }